martedì 1 novembre 2011

LA GRECIA E IL REFERENDUM DI PAPANDREU.



Già i mercati sono in fibrillazione, la borsa di Milano crolla, la peggiore, ma anche le altre non stanno meglio. Che strano sistema economico è questo, che quando un popolo esercita un suo potere e diritto democratico, inizia a vacillare.
Mentre Trichet e Barroso dicono che non hanno dubbi sul fatto che la Grecia risponderà positivamente e pagherà i suoi debiti ai centri di potere fnaziario e alla speculazione internazionale. Un vero atto di fascismo sovranazionale. E' la troika dittatoriale europea che detta le linee. I parlamenti, i referendum, le forze polituche che sono al governo, espressioni di volontà popolari, non contano più nulla.

Ma quello che i commentatori non dicono è che per Papandreu questa del referendum è una strada obbligata. Senza questa, in Geecia c'era la guerra civile. Una maggioranza risicata, con una parte del PASOK, del suo partito socialista contro. Una grande responsabilità storica verso il suo popolo che ormai è tracimato per la rabbia e la disperazione nelle piazze del paese.

Non lo dicoono i commentatori. Non dicono che è un atto democratico dovuto, a fronte di uan situazione politica nazionale esplosiva. Di fronte ai diktat della troika saltano i livelli minimi di vita democratica, in altre parole la sovranità di un popolo. Questo Papandreu lo sa bene. Non vuole essere lui il becchino della sua gente. Non vuole essere lui il responsabile del no che la Grecia dirà all'Europa dei banchieri e alle borse degli speculatori.

Ma proprio per questo l'epilogo greco è molto importante, perché apre una strada. Perché ci dice che di fronte alla resistenza popolare, alla mobilitazione di tutto gli strati sociali colpiti, che sono la maggioranza della popolazione in Grecia, come lo saranno in Italia a breve, non ci sono diktat che tengano. Non si va contro i popoli. Non c'è più democrazia, non c'è più Europa, non c'è più futuro.

Allora ben venga la catarsi del default, dell'insolvenza, del ritorno alla moneta sovrana e alla sovranità delle comunità nazionali. Questo creerà conflitti tra stati, o forse il crollo delle borghesie imperialiste e finanziarie che hanno voluto giocare al massacro. O non hanno voluto evitare questo gioco al massacro.

Per le forze di classe, i movimenti operai, le composizioni sociali destinate sino ad oggi a un'esistenza precaria, si apre l'opportunità di dare un colpo mortale al capitalismo agonizzante per le sue stesse contraddizioni strutturali. Nei centri dell'impero, la forza aramata può ben poco. Pena la regressione a forme di pre-capitalismo basate sull'assolutismo dichiarato. Troppo evolute le società civili per accettarlo.

E' un sistema a fine corsa, in cui si tratta solo di capire in che tempi e in che modi. Nulla di scontato: la bestia potrà prolungare la sua agomia ancora per molto. Spetta alla società civile abbreviarla. Chi non capisce questo, è destinato a restare nelle pastoie di una politica demente. Quella di chi cerca di riempire d'acqua uno scolapasta. Se lo mettano in testa lo scolapasta, Bersani, Montezemolo, Napolitano, Casini. Verrà il loro turno: la morte, politica ben s'intende, di una classe dirigente incapace di guardare al futuro.

Dalla Grecia ci separa ormai solo lo Ionio. Questa prova importante del popolo greco, dei suoi lavoratori e delle forze politiche della sinistra rivoluzionaria e antagonista, in opposiszione al diktat, l'esito stesso di questo conflitto, sancito nel niet referendario e nelle tensioni sociali sempre più aspre, pone i greci come l'avanguardia sociale dei cittadini europei espropriati della sovranità e della democrazia. Ci indica la srada da seguire. Non cedere, mai neppure per un solo istante. Verrano con la polizia, le ruspe, i tribunali. Ma noi siamo tanti e saremo sempre di più. E se resisteremo un solo istante più di loro avremo vinto per il futuro di tutti. avremo aperto a un'era nuova di giustizia sociale e di diritti universali di cittadinanza, di benessere, di salute, di istruzione e cultura, di apertura fraterna ai tutti i popoli.


APPUNTI SULL'AUTONOMIA DI CLASSE


Se la politica delle oligarchie finanziarie e i flussi automatici della speculazione dio borsa in rete (mi piace il raginamento di Bifo su questo aspetto), stanno portando a una innarrestabile caduta delle condizioni di vita, dei patti sociali, alla morte delle aristocrazie operaie e a una riduzione quantitativa delle classi medie, la società stessa ha in germe la via d'uscita. Non penso a un conflitto sociale espresso e praticato dai marxismi per tutto il Novecento. Le guerre civili tanto per capirci. Su questo terreno il monopolio della forza bellica, che in primis è tecnologica, ce l'hanno gli stati. Saremmo destinati a sconfitta certa. Piuttosto la questione riguarda punti nodali dell'esistenza stessa del sistema capitalistico, come la produzione, il consumo, ossia tutti meccanismi della riproduzione sociale. Disobbedienza civile, boicottaggio, occupazione del territorio, fabbriche, quartieri, luoghi dove si esercita il potere e il comando d'impresa e statale, sarà quella somma di pratiche antagonistiche, che sempre più diffuse faranno "saltare il banco". Il capitalismo per riprodursi, fare profitto ha bisogno di noi. Se i nuovi schiavi si ribellano all'interno dello stesso corpo dell'impero, sono i germi che lo corroderanno dall'interno stesso.

Ci siamo mai chiesti perché quando una massa di cittadini va a chiudere i suoi conti in una banca chiamano subito la polizia? Se contrapponiamo la guerra alla guerra facciamo un favore all'avversario. Ma se lo attacchiamo sui profitti, sui meccanismi del consumo e della rendita, se ci appropriamo di ricchezza sociale, se autoriduciamo bollette e cartelle, se occupiamo fabbriche decotte come in Argentina e le facciamo funzionare con i nostri tempi e la nostra organizzazione del lavoro, allora vedi come si cagano in mano! L'Automia Operaia aveva idee rivoluzionarie, perché la questione del controllo operaio nelle fabbriche e proletario nel territorio era la questione del potere. Il rifiuto del lavoro esprime la tendenza generale della diminuzione di capitale variabile in rapporto al capitale costante, del lavoro umano in rapporto al lavoro delle macchine nel ciclo produttivo, come la sovraproduzione generale di capitali e merci esprime. Nell'attualità di questa fase storica il rifiuto del lavoro è principalmente strumento di lotta per rivendicare reddito di cittadinanza, salario sociale. E'ancora difficile farlo capire a chi lotta per il lavoro perché lòo vede come unica fonte di reddito. Ma se il lavoro tende a contrarsi, che facciamo accettiamo la logica del capitale che ci vuole solo salariati e poi non ci dà il lavoro e si arroga questo diritto? Il diritto vero è quello di cittadinanza, il diritto al benessere in tutti i suoi lati, salute, casa, istruzione, cultura. Questo non ci spetta più a fronte di una giornata lavorativa. CI SPETTA E BASTA! Affermare questo diritto ci porta dritti a una società svincolata dal profitto, a un'attività umana che si pone sul piano di "Da ciascuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo i suoi bisogni". Ilo lavoro dell'avanguardia è quello di capire questa tendenza storico materiale e farla vivere con intelligenza nel corpo sociale alienato ed estromesso dall'opulenza di classe.

Certo, non pagare i debiti. Le risorse di un paese, la ricchezza sociale devono andare al popolo, ai cittadini, a partire dai bisogni primari di chi sta subendo il peso di questa crisi. Far crescere questo movimento, secondo me, significa delegittimare il loro giochino di rapina sistematica della ricchezza sociale dei paesi. Questo però deve legarsi a un'alternativa sociale forte. Finalmente, se la crisi proseguirà il suo corso, non potrà che porsi la questione del potere reale concreto, che è la questione della democrazia, quella vera, partecipata. Questa è la condizione per il cambio sociale. In Islanda sono andati sul soft, hanno ripensato a una società di mercato, ma a partire dagli interessi della collettività islandese. Sono però in 300 mila. Qui si andrà sul pesante.

domenica 30 ottobre 2011

RENZI, IL ROTTAMATORE DELLA SINISTRA.


A Palazzo Vecchio ci sta un vecchio, anche se giovane, anche se si spaccia per giovane, per il nuovo che avanza. Matteo Renzi, sindaco di Firenze, il giovane asino che scalcia per Bersani, ha le idee chiare, chiarissime: sulla questione FIAT si schiera con Marchionne e contro la FIOM, in tema di privatizzazioni non è secondo a nessuno, vedi l'ipotesi di cessione a privati dell'azienda trasporti fiorentina, e sui tagli ai servizi sociali è in concorrenza con i peggiori tagliatori, lo sanno bene i dipendenti del Maggio musicale, i precari degli asili nido. Per non parlare poi dell'eco-sistema e dell'inquinamento: oltre a essere un rotamatore è anche un inceneritore alla Piana e via dicendo.

In realtà, tutto quello che questo nuovo istrione della politica di palazzo, questo Pieraccioni del ciclone anti-bacucchi vuole è un po' più di spazio nel suo partito.
Raglia alla generica luna del cambiamento, il somaro, ma con i piedi ben piantati sulla terra degli equilibri dentro il Pd.

Ma sbaglia chi pensa che la tenzone veda vecchi da una parte e nuovi dall'altra. Quello di Renzi, come recita uno slogan indovinato è "il vecchio che avanza". Perché le privatizzazioni, gli spezzatini ai danni dei lavoratori dei servizi, esistono da anni. Le conoscono molto bene a Bologna, con il continuismo, anzi peggiorismo del tandem Merola-Frascaroli. Il peggio che avanza.

Da qui si comprende bene non solo il "nuovo" che emerge dal Pd, ma anche il nuovo trasformismo vendoliano, lirico ed evocativo a parole, in svendita nei fatti. Questo sì un mutamento antropologico, nell'equilibrio neoromantico di stronzate populiste di sinistra.

Questi uomini forti, capaci solo di perpetrare il verminaio di prebende e appalti, di complicità coi poteri forti delle pubbliche amministrazioni del centro-sinistra, vanno affossati. Bene hanno fatto i lavoratori e i cittadini in lotta davanti alla Leopolda, nei giorni della convention renziana.
La distanza tra una sinistra doverosamente anticapitalistica, della democrazia partecipata dal basso e questa non sinistra di burocrati, andrà marcata sempre di più.

venerdì 28 ottobre 2011

ANCORA SULLE TRE POSIZIONI


Avevo accennato alle tre posizioni dentro la sinistra (PD escluso che sinistra non è). In effetti queste corrispondono esattamente alle tre presenze nel corteo del 15 di ottobre: chi voleva fare una sfilata innocua, chi voleva sfasciare lo sfasciabile senza alcun criterio e obiettivo politico e chi voleva invece affrontare polizia e carabinieri in modo non violento ma autodifeso per accamparsi in una piazza adiacente ai palazzi del regime.

Quest'ultima posizione è secondo me la più corretta. Occorre che il movimento non sia espressione di forze politiche che pensano già a capitalizzare la sua dimensione e ampiezza a fini elettorali, a uso e consumo dei nuovi burocrati alla Vendola. Per questi il movimento deve essere un entità innocua e del tutto compatibile ai giochi politici delle segreterie. Non deve mordere.
Occorre anche che non si avviti su se stesso tra violenze inconsulte e spaccature.

E' necessario un movimento che si riappropri degli spazi sociali e poliyici, se li riprenda con la sua forza e inizi a far capire a se stesso e alla società che la questione è chi comanda nella società, nei posti di lavoro, nelle istituzioni. Quando la democrazia rappresentativa diviene una vasta cancrena provocata da un golpe bianco strisciante, che oggi ha il suo culmine nel "comissariamento" del governo e dell'opposizione, della democrazia stessa da parte dei centri di potere finanziario, deve entrare in campo l'unico antidoto a questo processo autoritario di imposizione bipartisan della macelleria sociale: la democrazia diretta, l'autonomia di classe.

Queste sono la forma più avanzata di rispetto e riaffermazione dei diritti sociali, politici e costituzionali dei cittadini, dei lavoratori e delle masse popolari in generale.

lunedì 24 ottobre 2011

NO TAV


La lotta dei cittadini della Valsusa è ormai diventata una battaglia democratica e di civiltà che riguarda tutti gli italiani. Nella sostanza, ma anche nelle forme, come esempio di partecipazione popolare e di movimento al basso.
Ripercorriamone in breve i punti sostanziali.

In Val di Susa, da parte di lobbies bipartisan (dalle cooperative alle imprese in odore di mafia) è in atto un progetto di grande opera inutile, dannoso, in aperto contrasto con la popolazione locale e rappresenta una dei più grandi sperperi di denaro pubblico, soldi nostri, di noi cittadini.

Inutile perché il flusso su rotaia verso la Francia dell'attuale linea non è tale da implicare una seconda linea: basta la linea già esistente.

Dannoso perché i lavori diffonderanno elementi altamenti inquinanti per la popolazione (come l'amianto) e creeranno un vero e proprio scempio paesaggistico e dell'eco-sistema.
E' in aperto contrasto con la popolazione: questo aspetto è ormai molto evidente. Con nessuna forza politica dal PD alla destra, che si sia posta il problema di indire regiolare referendum (sanno che lo perderebbero a furor di popolo).

Rappresenta uno sperpero di soldi nostri, un mangia mangia dei soliti attori della rapina di pubbliche risorse e fondi, su cui tutta la partitocrazia si ritrova sempre regolarmente d'accordo, confidando sulla nostra ignoranza e inerzia.


A questi quattro aspetti di sostanza se ne aggiunge un quinto ben più inquietante: quello della provata presenza in appalto di aziende legate alle organizzazioni criminali. Sono questi interessi imprenditoriali sia indubbia che di dubbia legalità, ad aver dato vita a una delle peggiori prevaricazioni sulla popolazione locale, da che è nata la Repubblica Italiana.
Una questione che riguarda tutto il paese, perché è una questione di democrazia.

Come i governanti e i falsi oppositori si inchinano ai must della finanza internazionale e impongono ai cittadini ricette che nascono nelle stanze di poteri sovranazionali ed extra-costituzionali-parlamentari, così impongono gli interessi di consorterie dagli appetiti indomabili alle popolazioni locali, in nome di una collettività nazionale.
La rapina della ricchezza sociale sulla pelle di chi dovrebbe decidere, in quanto diretto interessato delle opere in programma.


Ecco perché la lotta NoTav è un esempio per tutto il paese, un'esperienza importante, così come importante è vincerla. Perché sarebbe la vittoria dell'autodeterminazione dei popoli nei propri territori, sarebbe la vittoria della democrazia diretta e la riproposizione della sovranità popolare, in mancanza di meccanismi e dell'uso di leggi che cisono e che servirebbero ad esercitare costituzionalmente questa democrazia popolare, ma che la casta partitocratica se ne guarda bene dall'utilizzare.


E' un esempio anche di rivoluzione dal basso, di contropotere che spazza via le logiche ribellistiche inconcludenti, tipiche di una estrema sinistra schizoide, che abbiamo visto all'opera a Roma il 15 ottobre.
I NoTav vinceranno prché loro sono i valligiani, la maggior parte, perché sono lì, sulla loro terra, perché quindi ogni domenica e ogni santo giorno saranno presenti, perché quindi se il potere economico che sta dietro questa speculazione e questo governo, o i futuri governi di destra, di centro o pseudo-sinistra vorranno fare andare avanti il cantiere, avranno dei costi di gestione dell'ordine pubblico astronomici.


I NoTav vinceranno senza l'uso sistematico della violenza perché sono il popolo. Perché sono i cittadini di un paese la cui parte sana, non certo minoritaria, conosce la democrazia e le sue regole. E non ci sta a farsela scippare da una classe politica bipartisan di veri mentecatti.
Sarà una lotta dura, una lotta lunga, ma alla fine i NoTav prevarranno, aprendo la strada alle battaglie sociali imminenti sui temi forti della vita e del futuro di tutti noi.
Qualità della vita e prospettive di un futuro migliore scippate dai poteri forti e da logiche finanziarie ed economiche prive di alcun senso politico che consideri la comunità e i cittadini stessi, il lavoro, la salute, l'istruzione, la cultura.

Sbaglia quindi, chi vede la questione della Val di Susa come un aspetto a sé stante, slegato dalla grande lotta che si sta sviluppando in questa epoca di miseria e macelleria sociale.
I lor signori se ne accorgeranno presto, molto presto.

I "PORTATORI DI DEMOCRAZIA".


E così, grazie Napolitano, grazie Bersani: siamo serviti. Il massimo esponente della "rivoluzione" libica, senza neppure aspettare regolari e democratiche elezioni, ha messo le mani avanti: alla base della nuova costituzione e quindi del'ordinamento giuridico del "paese liberato" ci sarà la sharia, ossai il corano.

Dai siti al qaedisti giungono i primi plausi all'annuncio. Così avremo a due passi da casa un bell'Afghanistan con talebani in dotazione. Optional: qualche bomba in futuro se ci comportiamo male.

Lo si sapeva sin dall'inizio: alla NATO capitanata in questa "bella giocatina" da Francia e Regno Unito non importava una Libia democratica. Interessava mettere le mani sul petrolio e sul gas della Jamahiria. Quindi, andando oltre al mandato di un ONU totalmente asservito all'impero occidentale, andando oltre i compiti di mantenimento di una fly zone, la NATO ha operato bombardamenti a tutta gallara, con vittime civili quali soliti "danni collaterali". Ha diretto dall'esterno un putsch contro un regime totalitario finché si vuole, ma laico.

Un'operazione iniziata utilizzando gli zimbelli storici dei servizi statunitensi, britannici e occidentali in genere: i terroristi di Al Qaeda, la più grande invenzione al servizio della politica terroristica dell'impero nel mondo e al proprio interno (vedi l'attacco alle Torri Gemelle e al Pentagono).

E questo, con le dichiarazioni di Jibril, è il risultato. A riprova del fatto che ai paesi della NATO in genere non importa una beata fava di portare la democrazia nel mondo (già di per sé, la sola intenzione, anche fosse lodevole, maschera un logica di sovranità imperialista sul pianeta).

Un risultato che rivela anche nel cosiddetto centro-sinistra nostrano, che si era messo subito l'elmetto, non solo una vocazione ben collaudata dai tempi della Yugoslavia alla guerra, ma anche un'idiozia politica che di sicuro la vecchia DC e il PSI d'un tempo non avrebbero avuto.

Perdita di influenza nell'area, quindi perdita di commesse e petrolio e gas a costi più alti, non più da partner principale (che non siamo più), una polveriera islamista a sovranità nazionale dall'altra parte delle nostre coste. Devo proseguire?

Siamo solo all'inizio, ma finché non si affermerà nel nostro paese una politica autenticamente pacifista, basata sul dialogo, sulla diplomazia, ripudiando la vocazione tutta anglosassone dell'imperialismo occidentale all'egemonia armata sui popoli, all'azione bellica spregiudicata su aree strategiche del mondo, finché non ci saranno forze democratiche che sosterranno la scelta più giusta da fare (soprattutto in tempi di capitalismo selvaggio come questo) USCIRE dalla NATO, uscire da questa congerie di ladroni e criminali genocidi (purtroppo legittimati dall'ONU e dal Tribunale dell'Aja), non solo saremo complici di crimini finalizzati al potere e al profitto dei centri di potere finanziario e dei complessi militari industriali dominanti nell'impero occidentale, ma subiremo le conseguenze sanguinose interne ed estere di questa logica del terrore, del complotto e del rovesciamento golpista.

Mediti Vendola sui suoi compagni di strada.



(Immagini presa da Aurora, Bollettino di informazione internazionalista)

venerdì 21 ottobre 2011

LE TRE OPZIONI.


Sui fatti del 15 ottobre si può stare a discutere quanto si vuole, ma il punto è che la sinistra radicale italiana, quella che contrasta il sistema capitalistico e che idealmente aspira a una società socialista , al comunismo, vede in campo oggi tre opzioni.
Può sembrare una riduzione, uno schematismo, ma la questione, secondo me, sta così:

A. la prima opzione è quella che si colloca dentro il centro sinistra e che considera indispensabile un'alleanza con forze politiche come il PD e l'IdV, che si riconosce nelle primarie del centro-sinistra e che si limita a influenzare quella che è una linea politica dominante di questo assetto, del tutto interno alle logiche e alle ragioni dei centri di potere finanziario e capitalistico; io la definirei la falsa opzione; dentro questa opzione ci sono SEL, i Verdi, i Comunisti Italiani, la sinistra sindacale CGIL con la FIOM e in larga misura Rifondazione Comunista, che sta con un piede in due scarpe, la sua crisi, la sua scissione e la sua emorragia di militanti degli scorsi anni è stata data proprio dalla sua incapacità di costruire un soggetto esterno a questa palude ambigua, a questo contesto che serve solo a riprodurre segreterie e un ceto politico burocratico, cianciando di rivoluzioni e lotte operaie

B. la seconda opzione, la più estrema, rappresenta solo se stessa, non si pone il problema di comunicare a tutta la classe e riproduce liturgie e vecchie pratiche autoreferenziali; ha preso il peggio dell'esperienza degli anni '70: non la violenza come molti cianciano ripetendo il disco vendita dei media di regime, ma l'autoghettizzazione riguardo il resto dei movimenti e delle realtà sociali e sindacali, il volere sovrastarli senza alcuna dialettica che non sia quella della totale mancanza di riconoscimento delle altre soggettività, un'autorappresentazione di se stessi e basta, quell'estremismo tanto combattuto da Lenin e dai comunisti in genere, che non solo non porta da nessuna parte ma riduce la conflittualità a uno scontro militare, a una guerriglia permanente, al di là delle fasi e dei contesti; in questa opzione ci sono le teste pensanti che hanno preparato i fatti del 15 ottobre, interni a quell'area eterogenea e tutto sommato poco definibile dei centri sociali;

C. le terza opzione è quella di chi si pone il problema di ricostruire una sinistra anti-capitalistica nel movimento operaio e sindacale, nei movimenti in generale, che tiene ferma la barra del timone verso un'alternativa politico-sociale al capitalismo, verso una rivoluzione comunista e che lavora ogni giorno per costruire il soggetto politico dentro la classe; che ha capito che fare le mosche cocchiere del PD è controproducente, e che si tratta semmai di fare leva sulle contraddizioni interne al centro-sinistra, inevitabili con lo sviluppo della crisi, del disagio e della macelleria sociale, poiché PD, IdV e centro moderato rappresentano (non solo politicamente, ma per costituzione, ontologicamente) l'alternativa filocapitalistica al terzo polo e alla destra reazionaria berlusconiana, non certo un'alternativa popolare per i settori sociali subalterni, quindi è qui che casca l'asino e che cascherà sempre di più; in questo ambito si muovono una miriade di forze comuniste, le USB, i COBAS, Sinistra Critica, ma soprattutto il meglio che sta emergendo dai movimenti, in un dibattito disorganico che tuttavia attraversa tutta la sinistra radicale, comprese parti della FIOM e della sinistra CGIL, compagni di Rifondazione e dei Comunisti Italiani inclusi.

È a questa terza opzione alla quale occorre guardare e sulla quale è necessario lavorare con metodo. L'unità dei comunisti deve diventare un appello vero, forte, ma soprattutto trasversale a tutte le realtà che sono in lotta. Quindi, nel lavoro politico, di massa, la costruzione di un fronte unitario anti-capitalistico deve essere all'ordine del giorno non oggi... ieri. Un fronte ampio che comprenda realtà di movimento non necessariamente comuniste, ma comunque in lotta anche solo su terreni specifici, contro i vari aspetti della politica neoliberista dei governi e delle false opposizioni.

Qui mi fermo, perché da dire ce ne sarebbe e non poco, su quali forme di organizzazione politica, su come intervenire per favorire autorganizzazione e democrazia diretta nelle realtà operaie e sociali in lotta, nei movimenti. Soprattutto su una piattaforma unitaria, su un progetto politico in grado di aggregare parti importanti della società italiana. Aspetti che non sono conseguenti all'intenzione di costituire un percorso unitario dei comunisti, ma una doverosa e urgente premessa.

Un'ultima cosa. Al di là di ogni scimmiottamento estemporaneo, che da farsa può trasformarsi in tragedia, non certo in processo rivoluzionario, il vero cuore dell'esperienza e della teoria politica dell'operaismo e dell'Autonomia Operaia, può vivere solo dentro un processo concreto di autorganizzazione della classe, di crescita dell'autonomia di classe. Il contropotere è democrazia diretta nei luoghi di lavoro e nel territorio, è occupazione di spazi, è laboratorio permanente di esperienze di autorganizzazione, pratiche e forme organizzate che vanno estese a tutte le soggettività, a tutti i cittadini, a tutto il corpo sociale: quel famoso 99% di cui oggi si parla, al di là dei muri ideologici e religiosi. Questo progetto deve funzionare come altra e possibile società, come città futura.
Tutto l'opposto di un riconoscimento e un'internità acritici di una democrazia rappresentativa completamente svuotata delle sue funzioni e della reale partecipazione popolare, foglia di fico di un regime bipartisan che è diretta espressione ed emanazione della troika finanziaria europea e dei veri sovrani della società: i centri di potere del capitale finanziario. Ma anche del tutto diversa da un'ottusa e inconcludente autoreferenzialità.