venerdì 6 novembre 2009

7 NOVEMBRE 1917




Se ne parla poco, ma io la voglio ricordare, la Rivoluzione d'Ottobre. Non per nostalgia. Sappiamo bene quali mostri abbia partorito. Sappiamo come il primo stato operaio e contadino, la prima grande esperienza di rivoluzione democratica e socialista nel '900, nell'era della contemporaneità, si sia avvitata in una dittatura di partito, nell'esercizio di un potere antidemocratico e totalitario da parte di una burocrazia che era altro dalle classi sociali che avevano agito nel 1917.Io comunque voglio ricordarla, perché se la rivoluzione francese ha rappresentato la nascita delle democrazie liberali occidentali, e ha avviato alcuni dei fondamentali cambiamenti nel campo dei diritti civili e politici, l'uguaglianza dei cittadini nella società, la fine del potere assolutista delle vecchie classi nobiliari e delle monarchie, la Rivoluzione d'Ottobre, dal canto suo, ha rappresentato l'esperienza per eccellenza che ha messo in discussione il modo di produzione capitalistico, dal punto di vista delle classi salariate.
Perché punto centrale della critica marxista al pensiero liberale borghese è e sarà sempre il fatto che la liberaldemocrazia può semmai arrivare a una redistribuzione meno iniqua della ricchezza sociale, può tutt'al più garantire alcuni diritti a una buona qualità della vita alle classi meno abbienti. Sul piano sistemico può sviluppare una politica economica keynesiana volta a garantire i profitti sulla base di provvedimenti che aumenti le possibilità di consumare, può utilizzare i servizi sociali come valvola di sfogo delle tensioni sociali, i cosiddetti ammortizzatori. ma non mette in discussione il sistema stesso, la società che riproduce le ineguaglianze perché c'è una parte della società, delle classi egemoni che si appropria del lavoro altrui, delle risorse, del bene pubblico. Che crea e ricrea incessantemente le condizioni dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo, un sistema che divide l'umanità in classi, ceti, corporazioni, consorterie.Il grande messaggio della Rivoluzione d'Ottobre è proprio questo. Sono ancora comunista non perché nostalgico di un sistema totalitario che ha avuto in spregio gli ideali stessi del comunismo (e la Cina tutt'oggi è la manifestazione evidente di questo). Ma perché penso che così come sia aberrante non coniugare il socialismo a una reale sovranità popolare, a una democrazia che sia esercizio di libertà di pensiero e di espressione politica, religiosa e culturale dei cittadini, quindi di un sistema politico pluralista, è altrettanto aberrante pensare che le nostre democrazie occidentali siano democrazie compiute senza una vera democrazia economica. Non può esservi rivoluzione socialista e comunista senza democrazia. Non può esservi vera democrazia senza esercizio anche della sovranità economica del bene comune, delle risorse, sulle attività umane, da parte dei cittadini.Rivoluzione francese e d'Ottobre sono entrambe importanti. E di entrambe vanno presi gli aspetti che pongono l'accento sull'eguaglianza sociale, che affrancano l'intera società dallo sfruttamento e dalla tirannia di pochi o molti che siano. 


giovedì 5 novembre 2009

PROVE DI TOTALITARISMO


Berlusconi lancia la proposta delle elezioni dirette del premier, Alfano e Brunetta dichiarano di voler riformare la magistratura con o senza l’opposizione. Queste esternazioni sono fatte con lucidità e scienza: sono le prove generali della spallata che questo regime, nato dalle stragi di Capaci e via d’Amelio, darà alla democrazia italiana. Un teatro dei pupi che vede i sostenitori del piano di Gelli, Berlusconi e Lega da una parte e la falsa opposizione gli inciuciari con alla testa D’Alema, Rutelli, Fassino e ora Bersani, dall’altra. Consorterie di palazzo e di potere che si contendono pezzi di Stato, di pubbliche ammnistrazioni, ammanicati con la cricca De Benedetti & soci da una parte e Mediaset & soci dall’altra. Tutto questo mentre il paese reale è alle corde, mentre sta finendo la cassa integrazione per centinaia di migliaia di lavoratori, mentre molti di più sono per strada, mentre la crisi si sta acutizzando con buona pace di coloro che sostengono il contrario. In questo scenario, dove gli spazi di democrazia vengono sempre più ridotti dalle classi dirigenti, dove le classi dirigenti diventano sempre più regimi per fare fronte alla forte crisi economica, sociale, di risorse energetiche, ecosistemica, ben descritta nel pezzo precedente di Giulietto Chiesa, c’è solo il deserto, la totale assenza di un’opposizione sociale e politica. Chi ha coscienza di tutto questo non ha parola. E’ totalmente cancellato dalle agende mediatiche, e il più delle volte si rifugia nel settarismo autoreferenziale. La via italiana al socialismo non esiste più, sgretolata dai comitati d’affari e dai capibastone interni al PD. La CGIL e i sindacati di base resistono in un fortino che non dà sbocchi politici, divisi essi stessi tra di loro. Ci sono proprio tutte le condizioni per un colpo di mano vincente di una destra eversiva. Non sarà un fascismo vecchio stampo: le condizioni sociali e culturali oggi sono diverse. Ma sarà comunque un regime totalitario ammantato di falsa democrazia, accompagnato dai sorrisi ritoccati del grande ignobile timoniere mediatico.

mercoledì 4 novembre 2009

ROSA LUXEMBURG: ''LE RIVOLUZIONI E' PIU' FACILE PERDERLE CHE VINCERLE''

Intervento di Giulietto Chiesa a Genova. Teatro Documento. Una stagione del Teatro Stabile: “Rosa Luxemburg” di Vico Faggi e Luigi Squarzina.

Avvertenza (valida per tutti, anche nel 2009) : le rivoluzioni è più facile perderle che vincerle.
Brevi note di metodo (a margine di una commemorazione, nel ricordo di Rosa Luxemburg)
Palazzo Ducale, 1 Dicembre 2008. Ho accettato volentieri l'invito del Teatro Stabile di commemorare la Rosa Luxemburg di Faggi e Squarcina perché mi è parsa l'occasione di un tuffo nel passato, di quelli che capita di fare di rado. Un passato in cui affondano anche le mie radici di co-fondatore del “decentramento culturale genovese”, insieme ad alcuni dei partecipanti a questo stesso incontro. 

Ma con l'ebbrezza aggiuntiva di un passato che proprio non c'è più. Al punto che io stesso, che in quel passato ci sono stato – almeno ho l'impressione di esserci stato – devo fare qualche sforzo per non pensare che si sia trattato di una illusione.Nell'ultima pagina di copertina del volume della Laterza il curatore ha scritto che i personaggi del dramma, Rosa, Lenin, Kautsky, Liebknecht, confrontano sulla scena le proprie tesi sui temi che “anche oggi sono al centro del dibattito rivoluzionario”.Correva, se non sbaglio, l'anno 1975, e esisteva ancora un “dibattito rivoluzionario”.Il Partito Comunista era al governo, in questa città, in questa regione, con maggioranze quasi emiliane. Aveva quasi cinquantamila iscritti. Io stavo per diventare consigliere provinciale e poi capogruppo in questo consiglio. Ed ero anche consigliere di amministrazione del Teatro Stabile.Il dibattito rivoluzionario era aperto sebbene il Partito Comunista si fosse lasciato dietro le spalle, da molti anni, ogni discorso sulla dittatura del proletariato, sulla rivoluzione in senso leninista. La sua prospettiva era quella della rivoluzione nel senso gramsciano, di una riforma intellettuale e morale del paese. Era la prosecuzione della “via italiana al socialismo”, quella stessa che aveva prodotto la Costituzione della Repubblica democratica nata dalla Resistenza.Adesso, com'è noto, non solo non c'è più alcun dibattito rivoluzionario a sinistra, ma siamo in piena rivoluzione da destra. E non mi riferisco soltanto al fatto che il governo del paese è in mano alla destra, ma al senso preciso di una progressiva demolizione della Costituzione Repubblicana che è in atto, con il consenso di maggioranza e opposizione, che preludono ad un passaggio dalla democrazia liberale – che la Costituzione indicava e sanciva – alla democrazia illiberale, cioè alla fine della democrazia reale.In questi 35 anni sono avvenuti enormi cambiamenti, di quelli che, a guardarli dopo, li si definisce epocali: il crollo del Muro di Berlino, la sparizione dell'Unione Sovietica, la (presunta) fine della Guerra Fredda, l'emergere della Cina e di nuovi protagonisti mondiali, la strana apparizione del terrorismo islamico, dopo oltre un millennio di coesistenza con l'Islam, fino alla spaventosa crisi finanziaria mondiale, che ci riporta all'indietro, d'un colpo, agli anni che precedettero il secondo conflitto mondiale, quegli stessi anni in cui si svolse il dramma di Rosa Luxemburg.Per questo bisogna fare un sforzo, dopo oltre tre quarti di secolo rispetto a quell'epopea, per tornare a calarsi in quel contesto, che non fu semplicemente di discussione, ma fu di sangue, che creò le premesse per un mare di sangue, che accompagnò e seguì il nazismo e il fascismo. Per cercare di capire i motivi che spinsero Rosa Luxemburg a sacrificare la sua vita in nome di un ideale che sarebbe risultato poi sconfitto. E per cercare i motivi che spinsero Faggi e Squarcina a occuparsene ancora 35 anni fa.Questa non è un'operazione banale. Un tempo, quando ancora veniva utilizzato lo storicismo, lo sarebbe stata. Ma da qualche decennio, in Italia, le ricostruzioni storiche si fanno con il senno di poi e non con il senno di allora. Cioè è diventato normale che perfino persone colte commettano un errore che un tempo sarebbe stato permesso soltanto a persone incolte. Cioè il trasferimento al passato di ciò che nel passato non si poteva conoscere, né sapere. In altri termini si giudicano le persone e i fatti del passato come se, a quei tempi, fosse noto ciò che noi conosciamo oggi, e l'esperienza acquisita nel periodo intercorso non avesse modificato, spesso radicalmente, il panorama della situazione.Così si dimentica che i fattori reali della storia furono non ciò che noi pensiamo adesso di loro, bensì ciò che loro pensavano allora di se stessi, quali erano le loro intenzioni e le loro difficoltà.Tanto più difficile, questa operazione di ricostruzione storica, se si pensa che allora il monopolio della rivoluzione era della sinistra. Solo a sinistra si parlava di rivoluzione, solo a sinistra di elaboravano teorie rivoluzionarie. Gli altri, quelli che non facevano le rivoluzioni, quelli che le odiavano e cercavano di scongiurarle, considerandole una minaccia per i loro privilegi e averi, o anche soltanto per le loro idee, erano conservatori.Adesso le cose sono un po' cambiate. Direi anzi radicalmente cambiate, e le rivoluzioni le organizzano e concepiscono a destra, ma su questo vorrei tornare tra poco.Comunque, allora, i rivoluzionari - molto ingenuamente, diremmo oggi – coltivavano l'illusione di essere i depositari unici della violenza, appunto, rivoluzionaria.Ci volle un grande pensatore come Ortega y Gasset (nel suo “La disumanizzazione dell'arte”) per comprendere, anche allora, che le cose non stavano esattamente in quel modo.Scriveva: « Adesso ci appaiono comiche le arbitrarie conclusioni cui , venti anni fa, pervenne Sorel costruendo la sua tattica della violenza. Il borghese invece non è affatto vile come lui lo descrisse. Anzi si potrebbe dire che egli faccia ricorso alla violenza con molta maggiore attitudine dell'operaio, quando valuti che essa è utile o necessaria. Tutti sanno che in Russia il bolscevismo vinse esattamente perché la borghesia là non esisteva (è sufficiente, del resto, tenere conto di questo per convincersi una volta per tutte che, dal punto di vista storico, il socialismo di Marx non ebbe quasi nessuna somiglianza con il bolscevismo). »E, più avanti, ancora il liberale Ortega y Gasset, smentiva, anticipatamente e per sempre, tutti coloro che, nei decenni successivi, avrebbero cercato (fino ai nostri giorni in cui tutti i gatti sono diventati neri), di mettere sullo stesso piano nazismo e comunismo. « Quale che fosse il reale contenuto del bolscevismo, non si può non vedere un grande afflato umano. Gl'individui che si sono posti sotto le sue bandiere hanno sempre dovuto esporre il loro petto, coraggiosamente, a venti ostili, subordinando consapevolmente il destino della propria vita alla superiore disciplina della loro fede » .Rosa Luxemburg, che era appunto impregnata di quell'afflato di “superiore disciplina”, ci offre, nell'ultimo articolo della sua vita - che apparve su « Rote Fahne » (“Bandiera Rossa”) del 14 gennaio 1919 – una davvero singolare definizione della rivoluzione: come di una guerra, anzi « dell'unica forma di guerra in cui la vittoria finale possa essere preparata solo attraverso una serie di “ sconfitte” » .Rosa mette tra virgolette la parola sconfitta perché evidentemente pensa che le masse non devono essere demoralizzate e dunque occorre far loro comprendere che le sconfitte sono soltanto transitorie e preparano una inesorabile vittoria finale.Ma, con una profonda e fatale lucidità, essa comprende, o forse soltanto intuisce – mentre sta per diventare la preda di una caccia mortale – la causa di quelle sconfitte. Precisamente nel fatto che « la rivoluzione non opera liberamente, in campo aperto, secondo un piano astutamente preparato da strateghi . I suoi avversari hanno anche l'iniziativa, anzi la esercitano di regola assai più della rivoluzione stessa » .Insomma, nella rappresentazione della rivoluzione che ne fornisce Rosa Luxemburg, sono immanenti le cause della sua inesorabile sconfitta. Se i soggetti che hanno il potere sono sempre coloro che prendono l'iniziativa, che progettano strategie, ciò significa che coloro che si ribellano sono sempre destinati a perdere.Viene in mente uno dei capolavori di Gillo Pontecorvo, “ Queimada ”, che racconta, con Marlon Brando protagonista, la storia di una rivoluzione in un imprecisato paese caraibico, costruita usando la ribellione di masse incolte per realizzare il passaggio dei poteri dalla Spagna coloniale all'Inghilterra anch'essa coloniale ma assai meglio organizzata.La rivoluzione d'Ottobre in Russia aveva appena preso il potere nelle grandi città: ed era una gigantesca vittoria. Ma la guerra civile era appena cominciata e nessuno avrebbe potuto giurare, mentre Rosa Luxemburg stava per essere assassinata, che i vincitori finali sarebbero stati i rossi e non i bianchi. Anzi dalla Russia era venuto l'appello all'insurrezione nei paesi di capitalismo avanzato, in primo luogo in Germania, proprio per impedire alle potenze capitaliste di aiutare le truppe della contro-rivoluzione bianca. A ben vedere Rosa aveva ragione: le rivoluzioni popolari, i grandi movimenti delle masse sono sempre stati sconfitti proprio perché, e in quanto, espressione più o meno spontanea di masse prive di una guida consapevole e adeguata. Hanno vinto solo quando hanno smesso – e sono stati rari casi (Russia, Cina, Cuba) – di essere movimenti spontanei e si sono dati, o hanno trovato, una guida.L'Ottobre Rosso, la Grande Marcia Cinese, la Rivolta Cubana furono eccezioni straordinarie proprio perché s'innestarono , tutte nel XX secolo, su un'ideologia rivoluzionaria e su una teoria politica molto precisa, quella comunista, che prevedeva un'avanguardia politica ferreamente organizzata. Senza di essa quelle rivoluzioni non avrebbero vinto: semplicemente sarebbero state fermate a un certo punto del loro percorso. E sarebbero state spente con una violenza direttamente proporzionale alla paura che avevano provocato nelle classi dominanti dell'epoca. La Comune di Parigi resta l'esempio più limpido di questa parabola e forse anche il più sanguinoso.Dove però Rosa Luxemburg si sbagliava era nella chiusa di quell'articolo di “Bandiera Rossa” che ho appena citato: nell'idea che l'ordine che regnava a Berlino in quei giorni fosse destinato a essere rimesso in discussione dal rialzarsi, “con grande fracasso” e con “clangore di trombe”, delle masse. Gli eventi di questi ultimi decenni sembrano dire che le parole che il poeta tedesco Ferdinand Freiligrath mette in bocca alla rivoluzione, « io ero, io sono, io sarò » non si sono avverate.Quella russa, prima ancora che sconfitta, si è arresa senza combattere. In un certo senso per fortuna di tutti, perché, se avesse combattuto, sarebbe stata una guerra atomica. Quella cinese ha cambiato forma e significato e adesso ha dato vita a una riedizione capitalista a partito unico. L'unica che ancora esiste in forme legate all'esperienza leninista è quella cubana che, per ironia della storia, fu l'unica a non essere fin dall'inizio una rivoluzione socialista.L'incolpevole comunismo – lo chiamo così perché su quel nome si è riversata un'ignominia tanto universale quanto immeritata – è sparito dalla scena come alternativa possibile al capitalismo. E del resto non fu comunismo, anche a mio avviso - oltre a quello di Ortega y Gasset - né lo stalinismo, né il maoismo. E il castrismo sarebbe stato ben altra cosa se Cuba non fosse stata strangolata, per tutta la sua esistenza come paese non colonizzato, da un embargo impostole dall'Impero in prima persona.Resta allora, però, da spiegare perché le classi conservatrici si sono a loro volta trasformate in rivoluzionarie. Considerazione che vale la pena di prendere in esame, perché non è immediatamente chiara la ragione per cui chi sta vincendo una grande partita a scacchi, una partita mortale per giunta, senta il bisogno di dare un calcio alla scacchiera interrompendola tra lo stupore generale. Curioso epilogo del trionfo della globalizzazione, che era stata per quarant'anni interamente dominata, addirittura tessuta su misura per gl'interessi dei potenti del mondo.Forse il fatto che può spiegare questa piega improvvisa della storia del pianeta è rappresentato dalla fine dell'illusione che la storia fosse finita con la fine del comunismo – come aveva profetizzato Francis Fukuyama – e che, anche senza socialismi incombenti, senza rivoluzioni all'orizzonte, con la classe operaia dei paesi industrialmente avanzati frammentata e ormai priva di una coscienza comune, il potere del Superclan dominante del pianeta si sente minacciato da un pericolo assai più grande di quello della lotta di classe, e perfino incommensurabilmente più grande di quello della lotta tra ricchi e poveri.Di una cosa, evidentemente, non si può più incolpare il comunismo che non esiste più: della gigantesca crisi che avanza e che sta investendo con la forza di un uragano mai visto l'intera economia mondiale. E adesso tutti sono nel panico, a chiedersi da dove venga il disastro, cosa lo abbia provocato, come sarà possibile fermarlo.Un nuovo nemico è stato evocato, che non è possibile sconfiggere perché non combatte con le armi dell'Uomo. E non c'è rivoluzione conservatrice che possa fermarlo. L'ideologia, marxianamente intesa come “falsa coscienza”, ha finito per obnubilare le capacità intellettive del capitalismo trionfante. Pensavano che fosse possibile una crescita infinita, indefinita, perennemente dinamica. E non videro (e noi tutti con loro) che una crescita infinita non è possibile all'interno di un sistema finito di risorse. Ora si dà il caso che noi ci si trovi esattamente all'interno di un sistema finito di risorse. E per giunta, con ogni evidenza, nel punto massimo di una curva che i matematici chiamano “olistica”, oltre il quale non si può prevedere che una discesa.L'unica questione aperta è non il “se”, ma il “come”, cioè con quanto dolore si scenderà, tutti insieme, e il “quando”.Al posto dell'assenza di ogni limite, che produceva ottimismi senza limite, eccoci ora di fronte alla crescita simultanea di tutti i limiti: energia, clima, acqua, alimentazione, rifiuti e scarti. Sono tutte crisi che si manifestano al vertice della curva olistica. Che era stata prevista dagli scienziati del Club di Roma, nella lontana metà degli anni '70, quando lo Stabile di Genova metteva in cantiere Rosa Luxemburg.Adesso scopriamo di essere in “overshooting” da oltre un quarto di secolo, cioè nella condizione di chi sta ormai consumando più risorse di quante il nostro plurimiliardario, in anni, ecosistema sia capace di riprodurne.I vincitori, che hanno sconfitto tutte le rivoluzioni precedenti, stanno cercando adesso, affannosamente, di trasformarsi a loro volta in rivoluzionari. Ma quello che possono fare è aumentare ancora il proprio potere sui più deboli, privatizzare le risorse naturali, l'acqua, l'aria, il cibo. Per fare questo devono ridurre ogni forma di democrazia, esercitare un potere totale e incontrollabile per poter sopravvivere, anche a scapito della maggioranza del genere umano.E questo si può ancora fare. Ancora per un po'. Il problema è che anche i potenti non possono fare nulla contro la Natura. La quale è il più intrattabile degli interlocutori. Anzi non è, propriamente parlando, un interlocutore. Non ha armi al suo servizio, non aspetta proposte di mediazione, non prevede la propria resa e nemmeno la propria sconfitta. Soprattutto può fare a meno di noi.Rosa Luxemburg non poteva nemmeno immaginare che il suo anatema contro l'ordine che regnava a Berlino appena prima del suo assassinio si sarebbe inverato sotto queste forme. Neanche Marx poteva immaginare nulla del genere. E, infatti, la sinistra, come il Superclan, si è nutrita delle stesse illusioni di crescita indefinita che ora sono arrivate al capolinea.Adesso bisogna rifare tutti i conti. A sinistra, ma anche a destra. E ci aspetta una rivoluzione più grande di tutte quelle che siamo stati capaci di immaginare.

IL POTERE NON PROPRIO TERRA TERRA

di Josè Bovè

Essere contadino non è una professione, non è un mestiere. È un modo di vivere. Il sistema economico capitalistico ha trasformato milioni di americani ed europei in consumatori schiavi dell’industria agroalimentare e dipendenti al 100% dal salario che devono procurarsi per riempire dispense e frigoriferi. I contadini, che producevano in primo luogo per nutrire le proprie famiglie e le città e i villaggi dei dintorni, sono scomparsi. Scomparsa anche la reale forma di autonomia che essi avevano saputo conservare rispetto all’economia di mercato, dove tutto si compra e si vende. I nuovi salariati obbediscono ora alle ingiunzioni dei superiori gerarchici in un sistema produttivo che non ha niente di democratico e più niente di autonomo. Non facciamo idealismi. La vita nelle campagne era dura; il lavoro fisico sovente faticoso. I periodi di penuria e di vacche magre nonerano rari, anzi.Mala miseria era meno violenta e meno ripugnante che nelle immense bidonville che oggi circondano le enormi megalopoli del Sud del mondo. L’agricoltura industriale, che si è sostituita all’agricoltura contadina e familiare nelle regioni del Nord, mostrauna faccia sempremenosimpatica. Nella sua scia scompare la biodiversità; le varietà vegetali coltivate, conservate e migliorate da generazioni di contadine e contadini, svaniscono. Le razze animali rustiche, adattate a determinati territori e condizioni geografiche, lasciano il posto a macchine da latte come le vacche Holstein oa fissatori di proteine vegetali come i polli ibridi. 

Le immense distese a monocoltura favoriscono lo sviluppo di insetti parassiti e di malattie che possono essere vinte solo da molecole chimiche inquinanti e persistenti. La specializzazione delle regioni, alcune concentrate sugli allevamenti intensivi senza terra, altre sulla produzione intensiva di derrate vegetali, provoca l’impoverimento dei suoli e crea le condizioni dell’erosione che già colpisce milioni di ettari. Le falde freatiche, inquinate dai pesticidi, si esauriscono. L’agricolturamoderna è irrimediabilmente produttivista. Considera inutile tutto quello che non serve ad aumentare le rese. L’acqua dei fiumi è lì solo per irrigare milioni di ettari di colture industriali. I pesci possono aspettare le prime piogge dell’autunno. Il petrolio è indispensabile per far andare macchinari sempre più giganteschi, per produrre l’azoto necessario alla folgorante crescita e al grande appetito delle piante ibride, per trasportare prodotti agricoli da un capo all’altro del pianeta. Le distruzioni sociali e ambientali provocate dall’agricoltura industriale non possono essere nascoste sotto il tappeto. Sonodiventate unodei pericoli che minacciano le nostre società. E, quel che è ancor peggio, la tecnologia e il liberismo economico non sono riusciti a debellare il flagello della fame e della malnutrizione. Malgrado le promesse dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, quelle dei capi di Stato delle potenze occidentali e dei dirigenti delle multinazionali, il numero di malnutriti cresce di anno in anno. Da decenni le organizzazioni contadine di tutto il mondo hanno constatato questo fallimento. Che le ha spinte a incontrarsi e a riunire le forze, creando un movimento internazionale, La Vía Campesina, capace di mettere in questione il modello di sviluppo economico imposto da Banca Mondiale, FondoMonetario Internazionale, Omc. 

IL VALORE DELLA NONVIOLENZA
Nata nel 1992 da un incontro organizzato in America centrale, Vía Campesina ha assunto un ruolo importante fra le organizzazioni della società civile internazionale. In meno di quindici anni, Vía Campesina è riuscita a diventare un’Internazionale Contadina, indipendente dalle ideologie politiche occidentali e da appartenenze religiose. Riunisce in federazione organizzazioni contadine di paesi del Nord e del Sud del mondo, che non si considerano antagonistemaanzi alleate e attiviste per la stessa causa. I contadini, del Belgio come del Mali, della Bolivia come dell’Indonesia, sono uniti nella critica del produttivismo agricolo e nella difesa della produzione agricola familiare e contadina. Vía Campesina ha dato, per la prima volta nella storia, una voce globale ai movimenti contadini e rurali del pianeta. Annette Desmarais mostra come quest’espressione si sia costruita a poco a poco, a partire dalle convinzioni e dalle idee delle contadine e dei contadini, quelli a cui troppo spesso governanti, tecnocrati, Ong o partiti politici avevano rubato la parola, accaparrandosela, esprimendosi a loro nome e al loro posto per imporre loro un futuro che essi non volevano. La comparsa di Vía Campesina è un fenomeno di fondamentale importanza, le cui conseguenze sono ancora difficili da valutare. I contadini e le contadine del pianeta sono tuttora oltre il 60% della popolazione mondiale. Le lotte che hanno deciso di condurre sono prima di tutto di natura politica e sociale. Rivendicano unutilizzo giusto dei beni comuni: la terra, l’acqua, i semi. Esigono che le politiche commerciali internazionali smettano di arricchire una minoranza di azionisti e siano ripensate per permettere un miglioramento reale delle condizioni di vita nelle campagne e nelle zone rurali. Propongono un progetto globale, la sovranità alimentare, che permetterà agli Stati di proteggere il settore agricolo nazionale, evitando però le misure che possano danneggiare le popolazioni rurali di altri paesi. Vía Campesina rifiuta la privatizzazione del vivente e l’appropriazione delle specie animali e vegetali da parte di multinazionali o di Stati; chiede il riconoscimento dei saperi indigeni e contadini. Il radicalismo di Vía Campesina va oltre. La nonviolenza attiva èunvalore centrale nella sua azione. Le tante organizzazioni che ne fanno parte non esitano a manifestare, occupare terre, sradicare piante transgeniche, bloccare importazioni,manon cedonoalla tentazione di ricorrere alle armi e alle azioni di guerriglia per raggiungere gli obiettivi che si sono prefissati. Questa scelta non è scontata, nei paesi - e sono numerosi - dove le diseguaglianze sociali sono enormi e i governi sono tutto fuorché democratici. Ogni anno, compagni di lotta, donne e uomini, sono arrestati e imprigionati, altri sono uccisi dall’esercito, dalla polizia, da pistoleros, da sicari senza scrupoli; e ogni anno altre donne e altri uomini esconodall’anonimato, per prendere il loro posto e continuare la lotta per la dignità. Questo impegno quotidiano e determinato obbliga al rispetto e offre un po’ di speranza.
3 novembre 2009

martedì 3 novembre 2009

FASCISMO STRISCIANTE


«Prima di iniziare devo fare una premessa: Stefano Cucchi non doveva morire, si doveva evitare che morisse». Così ha esordito martedì mattina nell'Aula del Senato il ministro della Giustizia Angelino Alfano nell'ambito dell'informativa del governo sulla morte di Stefano Cucchi (da Il Corriere della Sera).
Forse ad Alfano, però, sfugge qualcosina che sta a monte. Primo: non gli si doveva toccare neppure un capello, non lo si doveva pestare a morte per alcuna ragione. Secondo: non doveva farsi neppure mezz'ora di carcere: non ce n'erano i presupposti. Non ci sarebbero stati in qualsiasi altro paese civile, a partire dai paesi europei. Perché solo una legge infame, liberticida come quella che abbiamo in Italia, la Fini-Giovanardi, che equipara consumatori e spacciatori, può legittimare un'attitudine alla "mano dura" in casi che in altri tempi sarebbero stati archiviati con una segnalazione. In questo clima politico, si inseriscono soggetti che, potendo contare sulla piena impunità, fanno un altro mestiere rispetto a quello che è stato loro assegnato e per il quale prendono uno stipendio, ossia pagati da noi cittadini contribuenti. Fanno i "giustizieri della notte", sempre contro i più deboli. Federico Aldrovandi, Aldo Bianzino, Rasman, e tanti altri casi ancora.
Polizia e carabinieri dovrebbero adoprarsi per difenderci, per darci sicurezza. La stragrande maggioranza lo fa, con professionalità e alto senso civico. A costoro deve andare la gratitudine di tutti. Qualcuno invece, diventa arbitro d'una "giustizia sommaria", che si esegue all'istante nelle caserme, nelle questure, nelle carceri, laddove non c'è controllo, laddove il cittadino è solo, dove la parola del poi è sempre quella di chi ha potere, con i suoi verbali di merda. Potrebbero dire che Cristo è morto dal freddo, che tanto ci saranno sempre giornalisti acquiescenti, e molto spesso giudici pronti ad avvalorare le peggio porcate con inchieste farsa. Anche Pilato e i farisei sarebbero stati immacolati come Maria.
Questa purtroppo è la narrazione quotidiana in questo paese, con camorristi in carceri d'oro, tangentari ed evasori, o peggio: criminali che sbiancano al 5% i loro denari sporchi di droga, armi, organi di bambini, fatture false, speculazioni. E con la povera gente a cui non viene condonato nulla. Neppure la multa per divieto di sosta.
Certo, abbiamo sempre fiducia nella magistratura, in giornalisti coraggiosi. Ma il più delle volte c'è un muro di gomma su cui rimbalza tutto. Anche il dramma di famiglie comuni, come Aldrovandi, Cucchi, gente come tanta.
Questo schifo deve finire. E può finire solo se un'intera casta di politici, di giornalisti, di responsabili delle forze di polizia se ne va a casa. Questo è ciò che dovrebbe fare un governo democratico, a partire dai segreti di Stato. Ma sappiamo che il PD di Bersani, se andasse al governo, non sarebbe così. Non lo erano i governi d'Alema, Amato, Prodi.
Sappiamo che lo schifo proseguirà al di là dei governi prodotti da questa casta di infami, coperto dalla "retorica sul carabiniere", la giaculatoria insensata e fanatica che mette a tacere tutto, che esclude a priori ogni critica a un sistema corrotto, a un verminaio ad alto tasso di fascismo e criminalità di regime. Una strana etica a senso unico, che bolla come filo-terrorismo la denuncia di cittadini e di forze realmente d'opposizione.
Ci si stupisce perché Berlusconi fa le leggi pro domo sua e rende qualcuno "più uguale" rispetto al resto dei cittadini. Ma la retorica della divisa consegna nell'impunità di fatto, concreta, un'intera categoria di cittadini: quella in divisa.
C'è da auspicarci che i democratici dentro le forze di polizia facciano sentire la loro voce e denuncino con forza i loro colleghi indegni di portare la divisa che portano.

Una postilla: ci sarà qualche "gumbagno sustanzialmente antagunista", che leggendo queste righe di elogio sulle forze di polizia, potrebbe obiettarmi che anch'io aderisco a cotanta retorica. Rispondo che le generalizzazioni non mi piacciono, e non mi sento antagonista alle forze di polizia. Voglio solo che facciano il loro mestiere, che è quello di dare sicurezza a tutti, tutelare le categorie più deboli. Sarò una mammoletta, un idealista? No, so che polizia e carabinieri contrastano ogni giorno la criminalità. E' il loro mestiere e meno male che c'è. Ognuno fa il suo. e ogni tanto qualcosina di più... Salvo d'Acquisto, i combattenti di Cefalonia e sui nostri monti.

lunedì 2 novembre 2009

A SENSO UNICO/2



Sul caso Blefari Melazzi, la brigatista morta suicida in carcere, in condizioni di palese insanità mentale, voglio spendere qualche parola. Con una premessa: non mi interessa valutare cosa abbia commesso questa persona, perché tutti i cittadini, al di là dei reati da loro commessi, dovrebbero avere lo stesso trattamento secondo quella che è una società giuridica di un paese che vuole definirsi democratico e rispettoso delle carte internazionali dei diritti umani. Certo è che il terrorismo, qualunque colore abbia, va condannato e perseguito nei termini di legge. Punto.
Detto questo, ribadisco: il problema non è cosa abbia commesso un cittadino; è una questione di stato di diritto: ogni cittadino in potestà al sistema giudiziario e alle forze di polizia va trattato secondo i diritti civili e umani che un paese civile e democratico, che non sia una dittatura cilena, ha l'obbligo di garantire. Il caso della Blefari Melazzi, a quanto sembra di capire dai giornali, è quello di una persona psicolabile e schizofrenica, ossia in condizioni inidonee a una detenzione in carcere. Ma la logica che è stata esercitata sui due soggetti (che hanno storie diverse e Cucchi non era certo un terrorista) è la medesima: in un contesto punitivo e non riabilitativo il cittadino diventa vittima di logiche premiali o di vendetta che vivono negli iter burocratici del sistema giudiziario (caso Blefari Melazzi), o addirittura e peggio, come nel caso di Cucchi il cittadino viene sottoposto a forme di violenza verbale, costrittive, che possono sfociare in violenza fisica, giustificata dalla condanna morale del reato. In parole povere: la nuova legge sulla droga, che equipara droghe pesanti a droghe leggere, consumo personale e piccolo spaccio a grande spaccio, ha favorito, legittimato i comportamenti criminali messi in essere da anonimi stipendiati dallo Stato.
Ma la logica è la medesima: il disprezzo per il cittadino che compie un certo tipo di reati. Perché non leggeremo mai di un pestaggio a sangue di un bancarottiere o di un funzionario della pubblica amministrazione corrotto. Tutta gente che esce di cella al primo "oddiocomemisentomale!".

domenica 1 novembre 2009

A SENSO UNICO/1

Avete mai visto delle forze di polizia sgomberare a bastonate un palazzo costruito abusivamente da qualche politico o padronazzo di turno? Questa pratica viene portata avanti da sempre, solo contro i centri sociali. Quella del bastone è una metodologia per risolvere il problema degli spazi di socialità adottata in modo bipartisan, a destra come a "sinistra". Quello che è accaduto ieri a Catania, lo sgombero del Centro Sociale Experia, (vedi qui: http://www.youtube.com/watch?v=y8soF7fkrhk) non è tanto diverso dagli sgomberi fatti dalla ex  giunta di centro"sinistra" di Cofferati qui a Bologna. Tanto che, quando il cremonese preso in prestito alle due torri si è sciacquato dai coglioni per andare a scaldare il culo a Bruxelles, siamo stati in tanti ad aver festeggiato l'avvenimento. E non certo solo autonomazzi duri e puri. Per questo, le dichiarazioni degli esponenti del PD catanese, sulla ricerca di soluzioni mediate, fanno ridere per non piangere. Sono penose.
La questione è molto semplice. C'è chi occupa e rapina gli spazi e le risorse del paese, a svantaggio della collettività, per fini privati, leggi: i comitati d'affari che imperversano nel paese, da quelli legali a quelli mafiosi. Chi specula con gli appalti, chi cambia destinazioni d'uso ungendo le ruote giuste, tutti quasi sempre impuniti. Chi usa il bene pubblico per fini corruttivi. E invece c'è chi si riappropria del bene comune per sottrarlo a questi fini e creare momenti di socialità e di aggregazione. Da che parte stare? Per me la risposta è molto semplice. C'è un filo che lega esperienze come la lotta dei lavoratori, come quelli della INNSE, per citare il caso più eclatante, e le lotte sociali sul territorio per liberare spazi dall'alienazione, dalla merda che ci stanno imponendo: tutti a casa, zitti, a guardare le loro TV. E' che storicamente chi possiede poco, le proprie braccia da impegnare in un lavoro che dia il pane quotidiano, chi non ha ville e yacht, soldi in Svizzera e ville ad Arcore, o barche in Puglia, tende a difendere spazi e posti di lavoro, tende a socializzare le risorse comuni. Un'analisi di classe, sui comportamenti di classe, è molto meno difficile di quanto la possano porre i teorici del marxismo chiacchierone.
Chi mi legge in questo blog, anche se non frequenta centri sociali (non lo faccio neppure io, non è il mio posto, preferisco fare altre cose...), non può negare questo dato di fatto. Il popolo di sinistra, quello - passatemi il termine - PROLETARIO (cazzo! l'ho detto), quando si muove socializza. E' un'antica abitudine della sinistra che io francamente manterrei. E' poi quello che facevano i nostri padri, quando col fazzolettino rosso o blu, scendevano dal Monte Rosa per andare a Milano, a dar man forte ai lavoratori che difendevano le fabbriche dalla furia di un esercito nazista in rotta. Lo cogliete il filo rosso? Quella di allora, come dell'Experia di oggi e di tante altre realtà sociali sono LOTTA DEMOCRATICA contro un potere politico sempre propenso a usare un peso e due misure (chissà perché, nè?).
Credo che uno dei discrimini tra una buona politica di sinistra e una attenta solo agli interessi di banchieri amici, passi da qua.