venerdì 21 ottobre 2011

L'ORDINE OCCIDENTALE.




Nella mia mente scorrono le scene partigiane di un'Italia liberata nell'aprile del '45. Uomini e donne che in modo civile, dopo una lotta sanguinosa, spietata contro l'occupazione hitlero-repubblichina, riconsegnavano agli italiani un paese civile. La difesa delle fabbriche, delle infrastrutture, la cattura dei nemici, tutto aveva l'ordine e la correttezza di un esercito rivoluzionario che rappresentava a pieno diritto la democrazia nascente. Le forze politiche, il CLN, che avevano condotto la guerra di liberazione, rappresentavano il meglio della società italiana, le intellettualità più fervide, la nuova classe dirigente.
Il movimento partigiano non ha mai usato la tortura, non è mai stata folla disumana di esseri deliranti col mitragliatore.
Queste scene libiche, ci dicono che qui siamo al prodotto più fedele al'impero NATO, figlio della contemporaneità e del declino dell'impero stesso (come stiamo vedendo nei suoi paesi centrali scossi dalla crisi): il terrorismo di Al Qaeda e dei servizi segreti, con tutta la sua corte di zimbelli locali con licenza di macellare avversari e civili.

Nella Libia "liberata", dietro le grida forsennate "allah u akhbar", nei macelli di massa, torture ed esecuzioni sommarie (non ultima quella di Gheddafi: questo video fa vedere gli ultimi istanti del despota nella mani di nuovi barbari, forse peggiori di lui) che questo sedicente CNT, fantoccio della NATO, sta perpetrando contro gli avversari, non c'è nulla di una liberazione democratica della società civile libica. Ci sono il caos, l'integralismo islamico che avevamo già visto all'opera in Iraq, ci sono i mercanti che venderanno ai loro sponsor stranieri, "benedetti" dall'ONU, petrolio e gas libici.

Dietro questi massacri c'è il solo modo in cui la NATO, quell'insieme di potenze che ha fatto della guerra esterna e delle macellerie sociali interne le uniche modalità in cui si esprime la sua "democrazia", porta i suoi interessi nel mondo.
Dietro questi massacri c'è il nuovo ordine nell'area e i nuovi padroni del petrolio nord-africano: Francia e Regno Unito.
Non c'è democrazia. Non c'era prima, non c'è adesso.

lunedì 17 ottobre 2011

ESTREMISMO, MALATTIA INFANTILE DEL COMUNISMO.

Nulla di nuovo sotto il cielo. I rivoluzionari che si autorappresentano, che confondono l'avanguardia politica con le masse, il soggetto rivoluzionario con i movimenti e che quindi dimostrano incapacità nel relazionarsi con i movimenti stessi, si bastano a loro stessi in liturgie inconcludenti, ebbene questi sono affetti da estremismo.


Una malattia della sinistra rivoluzionaria e del movimento comunista già ben descritta da Lenin novant'anni fa e passa. E io che leninista lo sono sempre stato e lo resto, valuto i fatti di Roma con questi parametri.


Non stigmatizzo la violenza. La guerra è storicamente la prosecuzione della politica con mezzi violenti e la violenza politica può essere nelle sue forme di guerriglia urbana una delle pratiche di massa dei movimenti. Se la violenza viene adottata dalla grande borghesia attraverso gli apparati polizieschi dello stato e dall'imperialismo attraverso truppe di élite che con mezzi militari sofisticati aggrediscono le popolazioni civili e le guerriglie di mezzo pianeta, non vedo perché non la debbano adottare in date corcostanze storico-politiche la classe operaia e le masse popolari in generale, sotto la direzione delle avanguardie politiche.
È così per la lotta di liberazione del popolo palestinese e per tante altri focolai di lotta popolare nel mondo.

Ma detto questo, gli errori politici di alcuni spezzoni dei centri sociali che hanno attaccato in piena manifestazione banche, agenzie del lavoro e quant'altro sono sostanzialmente due, no proprio tattico-politico, l'altro strategico:
1. l'aver alzato lo scontro in un contesto che era fatto non di "compagni di strada" avvezzi all'autodifesa militante, ma di famiglie e attivisti pacifici, mettendo a rischio l'incolumità della stragrande maggioranza dei manifestanti. Ciò è avvenuto perché appunto non c'è alcuna intenzione da parte di questi di lavorare nel movimento, ma solo di autocelebrarsi come duri e puri. Sono altro e lo si può ben desumere qui. Hanno sancito così la loro esternità al movimento stesso, proprio nella loro autorefernzialità che non riconosce diversità, una pluralità che è inevitabile in ogni ambito di autoragnizzazione e di movimento e che ne costituisce la ricchezza peculiare e non l'oggetto di polemiche di "parrocchia". Si sono posti o come rappresentanti di una frustrazione esistenziale fine a se stessa o come avanguardie senza masse, come componente minoritaria che rimette in scena in modo frusto e acritico, stupido e anacronistico quelle radicalità di prassi e autorganizzazione che avevano un senso politico negli anni '70, ma che oggi sono del tutto improponibili; e qui veniamo alla questione strategica.
2. Riusciremo a fare avanzare questo movimento globale, che interessa ormai paesi in via di sviluppo, come paesi a capitalismo avanzato, solo se lavoreremo allo sviluppo di forme di democrazia sociale, diretta, di partecipazione popolare dal basso di tutte la parti più mature delle classi popolari colpite dalla politica monetarista e dal capitalismo selvaggio dei banchieri e del grande capitale. Questo è il compito dei comunisti: arrivare a Piazza San Giovanni per costituire come a Madrid e a New York un presidio permanente, una mobiltazione permanente che si estenda a tutte le città. Le forme di lotta sono un di cui. Non trascurabile, poiché la vittoria politica non è legata a uno scontro militare contro gli apparati del regime borghese, ma a una conflittualità diffusa e a un movimento di massa vasta che rompe gli argini della "pace sociale" e sconvolge le istituzioni stesse dell'autoritarismo imperante. E' un vasta lotta democratica, non un "abbattimento dello stato borghese".

Per queste ragioni le pratiche di guerriglia messe in campo da spezzoni di centri sociali e gruppi di dubbia provenienza, sono esattamente l'opposto di ciò che deve essere e fare questo movimento. Nei contenuti e nelle forme.
Nella realtà dei fatti, questi "guerriglieri" hanno fatto il gioco della polizia, quindi del governo e della casta partitocratica, del potere bipartisan che dicono tanto di voler combattere. Tutti questi signori di regime avevano paura di un presidio permanente e della sua estensione in altre realtà terittoriali del paese. Pertanto, al di là delle estrenazioni criminalizzatrici di facciata, hanno visto questo fallimento del corteo con estremo sollievo.
Bersani, Vendola e soci potranno così dividere i "buoni" dai "cattivi" e sostenere che solo un'opposizione ragionevole, tutta interna al verminaio istituzionale e partitico che sostiene le politiche dittatoriali della troika finanziaria europea, può raccogliere questa domanda sociale di cambiamento.

Un bel servizio fatto al falso riformismo della pseudo-opposizione, contro una reale autonomia operaia e di classe. Complimenti.

(PS.: nella foto, automobili in fiamme, che potevano essere di chiunque: anche di un operaio...)

venerdì 14 ottobre 2011

15 OTTOBRE 2011: SI APRE UNA LOTTA EPOCALE!

Siamo alla vigilia di una giornata mondiale che sicuramente cambierà il corso della storia. In decine di città in tutto il pianeta, tanta gente scende in piazza, o rafforza e prosegue la mobilitazione contro i signori della rapina finanziaria, contro i governi che la sostengono, per dire basta, il debito pubblico lo paghino coloro che l'hanno provocato.

Non è una delle solite manifestazioni, internazionali come avevamo visto ai tempi della guerra all'Irak o all'Afghanistan. Stavolta nella coscienza civile dei popoli, delle cittadinanze, c'è la consapevolezza che questa è la madre di tutte le battaglie, che decide del futuro di queste e delle prossime generazioni, che non è possibile lasciare le nostre vite, il bene comune, le risorse del pianeta, la vita civile, il lavoro, l'attività umana per come l'abbiamo conosciuta sino ad oggi nelle fauci voraci di un capitalismo finanziario che non conosce altra legge che quelle del profitto fine a se stesso. Un mostro che ci sta distruggendo il futuro.

Una verità elementare che hanno compreso le sinistre radicali di sempre, certo, ma che si va diffondendo velocemente anche la gente comune, cattolica o buddista, o priva di ideologie, di ogni estrazione sociale e culturale, atea o religiosa. Questo è il dato nuovo. La gente comune delle società del capitalismo avanzato, parti consistenti delle opinioni pubbliche che sino ad oggi hanno garantito il consenso nelle società di mercato più avanzate, coloro che sono stati sempre definiti "consumatori", hanno la forte percezione di essere dentro una spirale che porta alla fine della civiltà umana, della convivenza sociale e civile, al declino dell'Occidente capitalistico, delle democrazie liberali. Una fine che avviene nel completo inattivismo e nella complicità delle forze politiche che da destra come da sinistra hanno governato questo consenso, questa convivenza. Una fine sancita da un patto sociale ormai sgretolato.
Tutto questo ormai è chiaro a moltissimi cittadini, operai o impiegati, negozianti o artigiani, parasubordinati e studenti, mentre le condizioni barbare, selvagge dello sfruttamento capitalistico "neocoloniale" di un colonialismo portato "in casa", del degrado da bidonville, dell'indigenza "africana", irrompono nelle società opulente, che diventano opulente ormai per sempre meno soggetti e categorie sociali.


Paradossalmente si pone all'ordine del giorno il cambiamento strutturale, dunque rivoluzionario della società attuale. L'alternativa è la barbarie, è la guerra per la spartizione di quello che resta delle risorse del pianeta, l'acqua, il petrolio, è la rapina a tutti i livelli ad opera di un capitalismo di derivazione anglosassone duro a morire, che ha molto meno da proporre come modello economico-sociale persino di una galera a cielo aperto come la Cina.

Non se ne vogliono andare. E nel loro delirio di onnipotenza, l'unica cosa che fanno è rastrellare capitali, profitti sempre più esigui a causa dell crisi economica di sovraproduzione di capitali e di merci, mantenere il controlo geopolitico di aree del mondo con la guerra. La guerra infatti è l'altra faccia della medaglia di questa politica monetarista di saccheggio della ricchezza sociale prodotta nei paesi, dalla popolazione, dai cittadini. Il controllo e l'accentramento finanziario, questa anarchia apparente che ha in realtà solidi registi nei cartelli dei maggiori operatori finanziari, ha bisogno del controllo militare dei punti caldi e strategici dl pianeta.

Ma la ruota sta girando, perché il dato nuovo è che il capitalismo, quello che anche i soggetti in lotta meno coscienti definiscono genericamente "questo sistema economico e finanziario", non è più in grado di gestire la società, la sua crisi è proprio la crisi del neoliberismo, della dittatura selvaggia del mercato.
Dopo la falsa onnipotenza liberale del keynesismo, spazzato via negli anni '80 con le politicheneoliberiste delle amministrazioni Reagan e Tatcher (e oggi impossibile), non c'è più nulla oltre al delirio delle borse, alle speculazioni coperte acriticamente ciclo finanziario dopo ciclo finanziario, dagli interventi statali.


La ruota sta girando perché le cittadinanze stanno pagando questa ferocia cieca del dominio telematico dei numeri e delle partite di conti, sradicata e avulsa dagli specifici contesti comunitari e nazionali, con una sempre più vasta e irreversibile impossibilità di sopravvivere. E queste condizioni empre più diffuse e implacabili creano coscienza critica embrionale, contrarietà viscerale a questa ingiustizia permanente, sistemica, portano a una prima ricerca anche solo impulsiva e compulsiva di uno sbocco a questa macelleria sociale. Creano antagonismo endemico, che può trasformarsi in qualcosa d'altro solo se cessano le condizioni di questo inferno.

Ecco perché domani è un giorno importante. Perché per la prima volta nel mondo risuonerà la narrazione irreversibile che dice: "da adesso in poi noi ci solleviamo". La mobilitazione permanente, magari con alti e bassi, ma costante e destinata a crescere.
Il 15 ottobre 2011 è il vero inizio di una rivoluzione sociale internazionale che non conosce ideologie, ma soprattutto che non riconosce più l'ideologia del profitto fine a se stesso. E' la morte della politica ufficiale, è l'avvento di una democrazia diretta, partecipata, plurale, ricca di storie soggettive e di aspirazioni collettive che ripartono dall'essere umano, dalle emozioni, dal diritto alla felicità, dalla sovranità sociale degli individui, al di là dei conti in banca, del danaro a strozzo, delle religioni, delle etnie, delle culture, delle sessualità, dei generi. E' l'io umano ricomposto nell'unico modo in cui può esserlo ontologicamente: un "noi" non più retoricamente strumentale all'egocentrismo del potere, ma condizione della ragione e dell'esistenza dell'umanità come entità sociale.

E' contropotere, non potere speculare al potere borghese imperialista. Per questo non servono dittature del proletariato (anche se il proletariato è parte centrale del processo), sarebbero controproducenti; e non sono opportune (e mai lo sono state) le egemonie di partito nella riproposizione della separatezza meccanica della politica dal popolo, ancora una volta riproposta magari con una bandiera rossa a effige.

Non sono neppure vincenti guerre civili, scontri militari contro un regime borghese che epocalmente è assurto alla quintessenza del potere di distruzione di massa, di sparizione dell'umanità con i mezzi della guerra.
Sarà lunga, non sarà facile: abbiamo di fronte un nemico spietato, ma il campo di battaglia, lo spazio vitale è il medesimo tra noi e loro: i rapporti sociali, il territorio, i mezzi di produzione, la vita civile, la democrazia rappresentativa, ambiti in cui un movimento non violento ma determinato può infliggere colpi mortali ai profitti, al consenso, ai meccanismi di rappresentanza, alle elite borghesi e alle caste partitocratiche che sin'ora hanno governato con false democrazie.


E' la vera democrazia, l'autentica sovranità popolare che come convitato di pietra si affaccia in questo terzo millennio. Mai come oggi è chiaro a sempre più persone come democrazia e res oeconomica siano indissolubilmente collegate, anzi: siano un tutt'uno come questione dirimente la sopravvivenza della specie umana, del pianeta, non solo delle comunità sociali.
Proprio ora che i centri del potere finanziario, la troika BCE, FMI e Banca Centrale Europea o la Federal Reserve, dettano la politica economica ai paesi, rivelando il loro totalitarismo, che è la dittatura dei profitti e di chi li ottiene, questa verità è chiara come il sole del mattino a sempre più persone.


Il 15 ottobre allora, è un chiamarsi a battaglia di una comunità internazionale e civile, che inizia a riconoscersi come soggetto trasversale e molteplice, nelle diversità, ma con un unico denominatore comune: la fine della logica selvaggia del profitto per il profitto e l'avvento di una società con al centro le persone e la loro felicità, il loro benessere, con al centro i beni comuni, le ricchezze sociali e culturali prodotte dall'attività umana con l'ingegno, la passione e l'amore, una libera koinè con al centro le speranze, i desideri, i progetti degli individui e delle comunità e dei paesi, come diritti inalienabili.

Alla lotta!






venerdì 7 ottobre 2011

INEVITABILMENTE SI ARRIVA AL DEBITO...




E' successo che il delirio fiscale dell'Agenzia delle Entrate e le conseguenti cartelle con sanzioni e more ben oltre i limiti dell'usura hanno inizito a colpire anche i soloni del lavoro dipendente, la sinistra ultracipputiana, fino alle frange più radicali.
E' di un mese fa l'occupazione della sede provinciale di Equitalia a Mestre, da parte dei centri sociali, che sono andati a pignorare simbolicamente i mobili di questo ente privato che specula sulle disgrazie e i problemi a pagare di milioni di cittadini, quelli che denunciano correttamente ma non ce la fanno a pagare.

Persino i centri sociali, dalle parole di Valentini Pavin Cacciari qui, nella summenzionata giornata di lotta parlano di aziende che chiudono, di strumenti di lavoro pignorati, di partite IVA che pagano in modo sporoporzionato e se non pagano scattano le ganasce fiscali, le ipoteche, tutto questo oltre ai pensionati e ai lavoratori dipendenti.
(Per capire cosa bolle in pentola nella sinistra radicale, è utile anche: http://www.zic.it/anche-a-bologna-occupiamobancaditalia/?utm_source=twitterfeed&utm_medium=facebook)

Il buon senso di chi tutti igiorni si trova a gestire un'attività, porta a dire che il sistema fiscale italiano è fatto per colpire non i veri evasori, ma chi paga le tasse, vuole pagare le tasse come è giusto che sia, ma non ce la fa. E' un sistema fiscale che fa vivere bene solo chi evade, chi fa del nero, con la perversa presunzione che tanto in questo paese di furbi, dal bunga bunga facile, TU EVADI a prescindere. Per cui paghi e paghi e se ritardi, con sanzioni, more e quant'altro.

Ma oggi, che viviamo la crisi finanziaria più devastante, come modalità in cui si manifesta la crisi strutturale del capitale, crisi di sovraproduzione di capitali e di merci, questo meccanismo di rapina, spoliazione, saccheggio dei beni e del risparmio di milioni di cittadini a favore della speculazione, con la complicità fiscale e politico-economica degli stati, diventa un meccanismo ancora più perverso. Ora che la globalizzazione ha portato a spostare interi cicli produttivi nelle aree del mondo dove più bassa è il costo della manodopera, assistiamo a una deindustrializzazione e a un conseguente degrado delle aree metropolitane che sino ad oggi erano definibili del capitalismo avanzato o centri del capitalismo. Dagli Stati Uniti all'Europa, al Giappone.

Ma i parametri già iniqui di un fisco sordo, che è una delle cause della morte di centinaia di migliaia di aziende (molte chiudono per debiti con l'INPS, nonostante la presenza di ordini da evadere... lasciando a casa le maestranze!), restano uguali, volutamente, con criteri bipartisan. Perché quello che accomuna un fiscalista delirante come Tremonti, che ferma il paese per spostare bruciare ricchezza sociale nei mercati finanziari, nel debito senza fine e un Bersani che "deve far quadrare i conti" comunque, è la completa adesione a un totalitarismo economico che caratterizza il ruolo delle reali istituzioni di potere della Comunità Europea: organismi eletti da nessuno de cittadini dell'unione, che dettano le agende politiche ed economiche degli stati in crisi e dei paesi membri in generale.

Saluto quindi con sollievo e vivo apprezzamento le scelte politiche della sinistra radicale, del sindacalismo di lotta, dalla FIOM e Cremaschi ai centri sociali e a tutti gli attori che hanno colto seppur in modo tardivo, uno degli aspetti che carattetizzano le nuove forme di precarioato e di schiavitù sociale ai dettami del debito pubblico, della rapina finanziaria e del fisco. Aspetti legati tra loro.

Da decenni la sinistra italiana, anche quella di classe e più attenta alle problematiche della classi popolari e ai lavoratori, non fa più da traino nelle lotte sociali a livello internazionale. Conclusosi l'ultimo grande ciclo di radicalità conflittuale negli anni '70, oggi si va a rimorchio degli indignados spagnoli e di quelli statunitensi.

Oggi negli States, vasti strati di popolazione colpiti dalla crisi, realtà politico-sociali di diversa estrazione ideologica, si sono unite nella lotta contro un nemico che hanno saputo individuare molto bene: Wall Street e la banca centrale. Hanno capito che lo stato americano, come tutti gli stati del blocco imperialista occidentale, privatizzano i profitti e socializzano le perdite, che salvano le banche ma non i cittadini, che persino le classi medie, già devastate dalla crisi, ne fanno le spese, in un sistema di welfare che ormai non esiste più, o è destinato a sparire nei paesi dive la crisi è più forte.

La sinistra italiana ci è arrivata dopo, ma vivaddio ci è arrivata. E questa scelta di campo, come la manifestazione del 15 ottobre, con le realtà politico-sociali che si riconoscono nella parola d'ordine "noi il debito non lo paghiamo", sarà la chiave di volta per una risposta del resto inevitabile da parte dei più vasti strati sociali alla caduta del welfare, alla fine dei patti sociali che avevano alimentato corporativismi, aristocrazie operaie, una pacificazione sociale che aveva contraddistinto la fine del Novecento in Europa e nelle società "opulente".
La rapina del risparmio è l'altra faccia della medaglia di un attacco selvaggio e spietato alle condizioni di lavoro, alla contrattazione con il famigerato articolo 8 del nuovo DL. Dobbiamo diventare tutti precari e lavorare alla "cinese".

Benevenuti nella lotta di classe, dunque. Oggi abbiamo l'occasione straordinaria di riunificare più settori sociali e della produzione capitalistica contro lo spettro di un capitalismo finanziario selvaggio che non ha più alcun legame con i territori di riferimento e che può spostare (e lo sta facendo) il baricentro delle sue attività di drenaggio di profitti, i suoi mercati, gli alti livelli di consumo e benessere, dove più gli fa comodo.

Oggi, paradossalmente, a fianco dei lavoratori dipendenti, dei salariati precari, abbiamo potenzialmente categorie sociali, classi medie, piccola borghesia produttiva e imprenditoriale, che si contrappone alla speculazione finanziaria.
Già nel biennio '43-'45, la classe operaia aveva a fianco nella lotta alla peste nazifascista gran parte della società italiana. Per altre ragioni, in contesto diversissimo. Ma oggi quello che prima era "società dei due terzi", con un terzo e ancor meno in una povertà "protetta", diviene 2/3 al contrario, dove i due terzi in via di pauperizzazione, senza tutele e con sempre meno ammortizzatori, non sono per nulla protetti.

La prospetiva rivoluzionaria in una formazione economico-sociale si crea nel momento in cui la maggior parte della società non ha più nulla da perdere. Certo occorrono le sovrastrutture ideologico-progettuali, politiche e culturali delle socggettività rivoluzionarie, ma sapere se una fase è matura per un cambio rivoluzionario o no, è molto importante.

Le avanguardie sociali, più che i grumi di un passato politico, da segreteria di partito, hanno ben compreso che la rapina quotidiana e l'usura che il fisco ed Equitalia mettono in opera contro i cittadini, le imprese, i precari, i lavoratori, le partite iva azzannate dall'INPS, sono parte del grande saccheggio del capitale finanziario, complice lo stato, alla popolazione.

Non pagare il debito significa sostenere i punti della piattaforma di questo movimento, principalmente moratoria sul debito pubblico sul modello dell'Islanda. Ma significa anche moratoria su quella sterminata selva di cartelle con sanzioni, che accrescono il debito dei cittadini oltre misura, che hanno lo scopo di fare bingo con le loro case, con i loro capannoni, con i loro strumenti di lavoro e autovetture. In altre parole di trasferire ricchezza sociale e risparmio dei piccoli privati a una ristretta classe parassitaria di boiardi che si autopremia con ricche stock option, a una casta di politicanti bipartisan che deve mantenere i propri carrozzoni di nani e ballerine con i surplus estorti a chi le tasse cerca di pagarle.

Un taglio delle sanzioni e delle more, una sospensione a chi dimostra di non potercela fare a pagare, la riforma di un fisco e dei meccanismi di pagamento che vada a colpire la vera evasione, le ricchezze nere e lorde di sangue della criminalità, i profitti dei più ricchi con patrimoniali, che ristabilisca delle fasce di contribuenti, con una soglia sotto la quale non si paga o si paga una tantum, che accetti sospensioni per le PM che dimostrano di mantenere costanti livelli occupazionali, che investono su forza-lavoro, sull'innovazione, che rispettano i contratti e lo statuto dei lavoratori. Un'impignorabilità della prima casa soprattutto.





mercoledì 5 ottobre 2011

FASCISMO EUROPEO.


Hanno iniziato con gli arresti di 12 attisti del M15 spagnolo a Barcellona. Ora, la notizia dell'arresto per istigazione al terrorismo del rapper Pablo Hasel a Madrid. Che lo stato spagnolo si avvalga di leggi rimaste dal franchismo è solo un dettaglio.
In realtà la Spagna di Zapatero dimissionario, dove nell'arco costituzionale e parlamentare ci sono forze che dovrebbero ritenersi "democratiche", risponde alle lotte democratiche, civili, di massa, sempre meno minoritarie nel paese, col terrorismo fascista di stato.

Questa è oggi la Spagna. E lo è l'Europa. Un sovra-governo di banchieri messi al potere reale della Comunità Euriopea senza elezioni, che impongono con la violenza dei singoli stati sui lavoratori e i cittadini, dalla Grecia alla Spagna, i loro diktat. E chi si ribella a questo, non con bombe, attentati, omicidi, ma con la mobiltazione pacifica dal basso, partecipata, con la discussione, con la critica civile, viene tacciato di terrorismo o apologia.

Ma terroriste sono sempre di più le forze di regime, che da destra o da pseudo-sinistra ripetono la litania del capitale finanziario multinazionale: io speculo, voi pagate. Rendite private e debiti socializzati.
Terrorista è chi non dà alcun futuro ai giovani, a chi riduce, se non azzera, le possibilità di una vita decorosa a milioni di cittadini. Chi reprime con la violenza e il carcere le giuste e sacrosante proteste contro la politica unica, il pensiero unico di questo grande regime fascista europeo che si va affermando con prepotenza e arroganza contro i popoli, contro le classi popolari del nostro continente.

sabato 3 settembre 2011

ALLA DERIVA


Dopo il golpe economico d'agosto, in cui la BCE e gli organismi sovranazionali controllati dalla grande finanza e dall'asse franco-tedesco, hanno dettato la linea all'Italia, è tutta una corsa a trovare i danari da buttare nel calderoni della finanza mondiale.
Con un governo allo sfascio, in preda a guerre interne alla stessa maggioranza, dove ogni consorteria difende i suoi e attacca la manovra che cambia così di giorno in giorno.
Con un paese in preda a poteri forti che si ritrovano a fare i conti dopo decenni di debito pubblico sempre più grande e che ora dettano legge di fronte a un'opposizione che non è opposizione, ma parte interna allo scontro interborghese.


Questo è lo scenario della politica italiana. E c'è da scommeterci che il blocco sociale che domina le politiche da sempre, trovera "la quadra", facendo pagare a chi non ha entrature nelle stanze del potere: i ceti sociali popolari, i lavoratori, i piccoli autonomi privi di commesse e clientele.


E' un'Italia che affonda nell'inerzia e nell'ingiustizia. E' un paese privo di speranze per il futuro dei giovani, di sopravvivenza per le famiglie, tarato a misura di benestanti che mettono in gioco i risparmi e i beni di generazioni o che si arricchiscono ulteriormente proprio "grazie" alla crisi.
Ma di contro, la risposta dello sciopero genrale del 6 settembre è una contromisura debole, che disturba il manovratore, ma non gli toglie spazio di manovra. L'autoritarismo si misura anche nell'intolleranza ad accettare forme di critica sociale e politica estese e organizzate contro il grumo purulento di interessi del capitale e della speculazione, dei cartelli e delle consorterie che dominano il paese. La cancrena non si tocca, a costo di adare oltre i 30 anni di patto sociale su cui si è retto il potere democristiano prima e il patto scellerato e criminale tra berlusconismo e mafie e malaffare poi.

L'autoritarismo si rivela nell'arroganza di un Sacconi nell'attaccare la FIOM e le lotte operaie e sociali, nelle dichiarazioni della Marcegaglia che ritiene suparata la lotta dio classe, quando coloro i quali la stanno facendo con più protervia sono proprio i padroni e Confindustria.


Per il dopo Berlusconi si prefigura un direttorio confindustriale, fatto di thik tank alla Monti, che darà maggiore razionalità alle misure di lacrime e sangue. Con appoggio da parte del PD.
E questa sarebbe la cosa peggiore. Sarebbe il vuoto incolmabile della politica italiana, la dittatura dei poteri forti, un termidoro senza rivoluzione, senza un vero cambiamento.
Occorre pertanto fare molto di più di un semplice sciopero genela. Quello è il "minimo sindacale". Ma poi le forze più vive della sinistra devono lavorare alla conposizione di un fronte di lotta esteso, dal mondo del lavoro ai diritti di cittadinanza e di difesa del bene comune. Un'entità a cui dare veste e riconoscibilità politica, che diventi punto di riferimento stabile per la battaglia sociale imminente.
L'errore più grave sarebbe quello di procedere in ordine sparso.


venerdì 19 agosto 2011

IMPARARE DALLA NOSTRA STORIA.


Cito due punti dell'intervento di G. Marinos, membro dell'Ufficio Politico del Comitato Centrale del KKE al 12° IMCWP - Incontro Internazionale dei Partiti Comunisti e Operai - 3-5/12/2010 - Tshwane - Sudafrica

"Siamo in opposizione al Partito della Sinistra Europea, in cui la Die Linke tedesca svolge un ruolo di primo piano, perché difende l'Unione europea imperialista e dipende da essa. La sua strategia socialdemocratica di gestione del sistema che promuove con l'assistenza del capitalismo alle campagne diffamatorie contro l'URSS e il socialismo edificato nel 20° secolo, da una posizione anticomunista e antistorica, diffonde confusione tra i lavoratori e impedisce lo sviluppo della coscienza di classe politica." (...) "Per questo motivo il doloroso rovesciamento del socialismo in Unione Sovietica e negli altri paesi socialisti, e in tutti i cambiamenti controrivoluzionari causati dalla corrosione opportunista, non modificano il carattere della nostra era quale epoca di transizione dal capitalismo al socialismo."

Il perché di questa citazione è presto detto. Senza sminuire i meriti del KKE nella battaglia sociale anticapitalista in Grecia, quale forza interna e propulsiva del movimento operaio e di classe, la prima domanda che mi viene spontanea è: ma non abbiamo imparato nulla dalla nostra storia? Ci sono ancora forze politiche comuniste che ritengono l'URSS un'esperienza progressista, di liberazione umana dal lavoro salariato e di affermazione della classe operaia, dele masse contadine e della società intera dallo sfruttamento capitalista?

Se non si capisce il legame indissolubile tra libertà democratiche e civili, in cui l'URSS-Patto di Varsavia ed esperienze analoghe non hanno certo brillato, e lo sfruttamento dei lavoratori in un sistema che si basa ancora sull'appropriazione di lavoro umano a favore di un'elite o un'oligarchia in questo caso di stato, non si va tanto in là. Così come la visione del partito comunista come partito unico e la sua forma partito "classica". Abbiamo visto che questo ambito, pur di massa finché vuoi, è stato espressione tutt'al più momentanea della democrazia diretta dei lavoratori e della masse popolari.

Dobbiamo capire il perché poi questa "forma partito" sia diventata nei fatti esattamente come qualsiasi forza politica borghese egemone in un sistema capitalista qualsiasi, nel limitare questa democrazia sociale e di classe, nell'irregimentare nel nome del socialismo le masse operaie e contadine in una realtà politica che ha una sola linea. Le situazioni di eccezionalità (aggressioni imperialiste esterne, controrivoluzioni interne, necessità di sviluppo economico, ecc.) non sono giustificazioni, perché un processo riviluzionario si troverà sempre in una situazione di eccezionalità, ma più in dettaglio, perché non esistono giustificazioni, pena: lo snaturamento della rivoluzione comunista stessa.

Esistono pertanto nella sinistra due tendenze profindamente erronee: la prima, quella che nel nome di "sacri principi" (sacralizzare in modo laico?), non fa in conti con la storia e si schiera spesso con i peggiori tiranni semplicemente perché "antiperialisti" (non era Stalin che sosteneva che l'emiro che si contrappone all'imperialismo è alleato del movimento operaio? Raccontiamo questa storiella alle donne nei regimi intergralisti islamici! E se il partito comunista siriano mi dice che in Siria c'è un processo riformista contrastato da forze islamiste, mi metto a ridere... il riformismo dei carri armati, grazie, già visto). Sono i CONSERVATORI. Anche in Italia ci sono segmenti politici che si rifanno all'ortodossia comunista, e vedono per esempio la Cina come paese socialista, considerandola un modello o esperienza di uno sviluppo del comunismo. Aberrazioni da iperanalismo cattedratico. Orfanismo alla ricerca del vecchio papà.

Parlo per esempio dell'Ernesto, di cinarossa.org e dei vari gruppuscoli filocinesi. Occorre avere il coraggio di affermare che costoro ostacolano la liberazione della classe operaia e delle classi popolari sfruttate divenendo funzionali alle forze borghesi e ai capitalisti, che in Cina di grassi affari ne fanno eccome, a discapito dei lavoratori cinesi totalmente privi di diritti sindacali (ma è socialismo, compagni!). Perché non vedono come la Cina, al di là delle loro stravaganti considerazioni da arrampicata sugli specchi, sia retta da un'oligarchia di sfruttatori, che la limitazione delle libertà democratiche e civili è organica al supersfruttamento con salari da fame dei lavoratori industriali e agricoli. Che le aree in cui non vi è ricchezza sociale non sono un limite da colmare nello sviluppo economico, ma sono esattamente funzionali al profitto capitalistico delle multinazionali che vanno a sfruttare la manodopera in quel paese. Forse che gli operai cinesi sono diversi da quelli nostrani? Qui giustamente si urla come aquile a ogni attacco padronale, e là?

La Cina è un grande carcere a cielo aperto a servzio completo per gli sfruttatori del pianeta.

So che la parola che sto per dire farà accapponare la pelle a chi pensa ancora al socialismo del '900 come a un'esperienza positiva: pluralismo. Si può pensare a una società di transizione che non limita le libertà che nascono dal popolo, dalla classe, ma le amplifica. Non parlo di una banale democrazia borghese, che oggi sta andando verso un fascismo imperiale ed economico, con un capitalismo sempre più in crisi.

Questo è autoritarismo ammantato di democrazia, ma in realtà c'è il controllo dei media, il monopolio della forza e della giustizia. In pratica c'è l'egemonia delle reti canaglia, dele lobbies. E qui gioca la seconda tendenza erronea, già fuori dalla sinistra stessa: i TRADITORI. Sono quelli che hanno sposato questo sistema così com'è e appoggiano tutto: rapporti tra capitale lavoro, spoliazione della ricchezza sociale nel nome dei mercati, guerre di rapina e quant'altro. In Italia la maggior forza di costoro è il PD. Un asse che va da Bersani a Di Pietro, passando per il populista Beppe Grillo.

E dentro questo solco ci sono anche certi INNOVATORI, ossia quelle soggettività politiche che partendo talvolta da considerazioni anche giuste sull'arretratezza di una politica comunista "ortodossa", finiscono però col buttare via l'acqua sporca col bambino, approdando a un mero appiattimento politico come le socialdemocrazie e quella "sinistra" filocapitalista del tutto interna al pensiero unico imperialista.

Tendono a confondere la democrazia borghese con la democrazia in generale, pensano che non possa esistere altra forma democratica, non comprendono che la battaglia sociale per i diritti dei lavoratori e delle masse popolari va inquadrata in una lotta politica per l'abolizione delo sfruttamento, degli attuali rapporti tra capitale e lavoro. Tradiscono gli ideali e la prospettiva stessa del comunismo e finiscono con l'essere le mosche cocchiere del capitale e dei traditori. Vendola e il suo protagonismo che ha ridotto la politica a una versione pseudo-libertaria del culto della persona, è sulla "buona" strada.

Dobbiamo trovare dunque una strada nuova, senza abarbicarci ai vecchi modelli. Come sarà il cambiamento che vogliamo? Di primo acchito, mi viene spontaneo dire: così come abbiamo reso illegale il fascismo per Costituzione, andrebbero resi illegali anche lo sfruttamento delle persone, il monopolio dei media, l'esistenza di cricche di regime che agiscono al di sopra dei dettami costituzionali stessi.

Questo è un buon punto di partenza per comprendere che la democrazia, il pluralismo deve avere dei paletti. E' la "conditio sine qua non" per sviluppare una democrazia pluralista con al centro un sistema legislativo di diritti dei lavoratori, dei cittadini che deve restare INTANGIBILE. Un ambiente "naturale" per portare la società verso il comunismo, verso l'abolizioni dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo, quindi delle classi sociali (il che non significa "tutti uguali", ma questo è un altro discorso).

Tra questa configurazione politico-costituzionale che ho messo in piedi col puro buon senso (credo) e il partito unico c'è una differenza abissale. Quest'ultimo è l'altra faccia dello sfruttamento capitalistico e dell'autoritarismo. Dietro il mito roboante del socialismo e del suo partito, c'è stata e ahimè credo che ci sarà ancora in forme più o meno "rinnovate", una casta "da dacia con piscina".

Ma più in concreto, andando più dentro la struttura dei rapporti sociali, va ripresa la visione forte dell'operaismo e dell'autonomia operaia, che è autonomia (negazione, abolizione) dallo sfruttamento capitalistico e dalle sue forme di controllo politico e sociale, è autovalorizzazione proletaria che non esalta il suo essere in quanto tale (elemento comune a tutti i riformismi e le ortodossie), ma punta alla propria abolizione di soggetto alienato nel processo lavorativo e nella sua riproduzione in quanto essere funzionale agli schemi di vita e realzioni imposti dal sistema capitalistico. E questo vale sia a est che a ovest! Questo vale tanto più oggi che il capitalismo non assicura più neppure il salario come mezzo di mera sopravvivenza della forza-lavoro. Nel momento in cui la finaziarizzazione ha reso simbolico e immateriale il valore e concreta la rapina di beni e ricchezza scociale, in flussi inconsulti di capitali che ci stanno portando verso il default dell'econmia mondiale.

Ritrovare un'autonomia di classe significa sabotare tutti i meccanismi del comando capitalistico, far saltare il banco, invadere le strade e le piazze, occupare i i luoghi di lavoro e i luoghi della nostra esistenza sul territorio. Significa non pagare il debito, significa riappropriarsi di quanto appartiene alla collettività, al di là della giustizia borghese. Significa autogestione senza che un capetto venga a dirci cosa va fatto, sostituendosi meramente al padrone. Significa una testa un voto e revocabilità immediata delle rappresentanze direttamente da chi le ha elette, così come sottolineava Marx nella Comune di Parigi.

Si capirà dunque, quanto sia angusta la forma partito che molti compagni ripropongono come un mantra nostalgico.

No al lavoro salariato in quanto tale, sì alla ricomposizione del soggetto umano in un'attività non alienata, ma ricomposta in una dimensione liberata dai tempi del profitto e dalle modalità alienanti per ottenerlo. Al centro è il cittadino, la persona e non il profitto, né per fini privati, nè per piani quinquennali del cazzo (che sono poi falsamente sociali).

E' ovvio che questa è una linea generale che attraversa tutte le mediazioni dovute alle fasi storico-politiche e alle condizioni economiche possibili. Ma è la condizione essenziale per rinnovare il comunismo, "il movimento che abolisce lo stato di cose presente" da un punto di vista autenticamente di classe e oltre le formazioni economico-sociali basate sulle classi. Quel punto di vista che Marx sosteneva essere e diventare universale in un processo rivoluzionario.

Il Marx rivoluzionario era quello dei Grundrisse.